68) Austin. Sul linguaggio ordinario.
Se il linguaggio ordinario non  l'ultima parola, esso  per la
prima  e serve egregiamente nei casi della vita, molti dei quali
sono difficili e complessi.
J. L. Austin, A plea for Excuses [Una richiesta di scuse].

 Sicuramente, il linguaggio ordinario non pretende di essere
l'ultima parola, se mai questo possa darsi. Certo, esso incorpora
qualcosa di meglio che la metafisica dell'et della pietra, e
cio, come si  detto, l'esperienza e l'acume di molte generazioni
di uomini. Ma questo acume si  principalmente esercitato sugli
affari pratici della vita. Se una distinzione lavora bene per gli
scopi pratici della vita ordinaria (e ci non  piccola faccenda,
poich la vita ordinaria  piena di casi difficili), allora si pu
esser ben sicuri di trovare qualcosa in essa e non  possibile che
essa non indichi nulla: bench  ben comprensibile che questa non
sia la migliore maniera di sistemare le cose se i nostri interessi
sono pi vasti o intellettuali di quelli ordinari. Inoltre, quella
esperienza  derivata solo dalle fonti disponibili all'uomo
ordinario nei corso della pi gran parte della storia civilizzata:
ma non  stata arricchita delle risorse del microscopio e dei suoi
successori. E bisogna anche aggiungere che superstizioni, errori e
fantasie d'ogni genere sono state incorporate nel linguaggio
ordinario e talvolta sopravvivono alla prova del pi adatto (solo
che, se  cos, perch non dovremmo scoprirli?). Certo, allora, il
linguaggio ordinario non  l'ultima parola: esso, per principio,
pu venir ovunque completato e migliorato e rimpiazzato. Solo che
occorre ricordarsi che: esso  la prima parola.
D. Antiseri, Filosofia analitica, Citt Nuova, Roma, 1975, pagine
129-130.
